In questa prospettiva, la storia di Apollo Pach acquista il suo pieno significato. Non come una “storia di successo” nel senso convenzionale, ma come un modo per osservare ciò che accade tra le tappe visibili di un percorso.
Apollo fa parte del team del progetto IN LOCO – di cui Glocal Factory è partner – dove contribuisce come Refugee Researcher. Selezionato per il suo background accademico e per l’esperienza maturata in diversi contesti culturali e geografici, si è laureato presso l’Università di Verona, ricostruendo il proprio percorso accademico dopo essere arrivato attraverso i corridoi umanitari.
Potremmo fermarci al suo curriculum: una narrazione lineare e rassicurante, perfettamente in linea con le aspettative di una società orientata alla performance. Ma non è lì che si trova la vera storia. Ciò che conta è ciò che accade durante. E come accade.
Come prima domanda ti chiediamo di presentarti.
Mi chiamo Apollo Pach, vengo dal Sud Sudan e attualmente sono dottorando all’Università di Verona, dove mi occupo di Economia dello Sviluppo con un focus su povertà e disuguaglianze. Il mio obiettivo è contribuire, in prospettiva, alla definizione di politiche pubbliche fondate su evidenze solide, capaci di incidere in modo concreto sulla riduzione della povertà estrema nel mio Paese.
Che cosa significa per te “appartenenza”?
Per me appartenenza significa sentirsi realmente accolti e riconosciuti come parte di una comunità: un contesto in cui si è rispettati, sostenuti e trattati con dignità e uguaglianza, non come estranei ma come persone la cui presenza conta.
In quale momento hai smesso di sentirti “qualcuno arrivato” e hai ricominciato a sentirti semplicemente te stesso?
Ci sono voluti circa quattro mesi per recuperare fiducia in me stesso e tornare a sentirmi davvero me stesso. Le principali difficoltà erano legate alla lingua e all’isolamento sociale. All’inizio i miei contatti si limitavano a due tutor accademici e mi sentivo spesso solo. Col tempo ho iniziato a legare con alcuni compagni di corso, molti dei quali studenti internazionali, creando una piccola rete di supporto. In seguito, si sono aggiunti anche amici italiani. I primi due mesi sono stati particolarmente difficili, ma il sostegno del coordinatore del progetto UNICORE è stato decisivo per aiutarmi ad adattarmi e andare avanti.
Ti capita di sentirti sospeso tra due luoghi, due aspettative o due versioni di te stesso?
Sì, spesso mi sono trovato a dover gestire aspettative diverse. Da un lato l’adattamento a una nuova lingua e cultura, dall’altro le richieste accademiche della borsa di studio. Conciliavo corsi di lingua, studi, vita sociale, lavoro part-time e il supporto alla mia famiglia nel Paese d’origine. È stato un equilibrio impegnativo, fatto di continui aggiustamenti e priorità da ridefinire, a tratti anche faticoso.
Chi sono state le persone che hanno fatto la differenza nel tuo percorso? E in che modo, anche senza rendersene conto?
Molte persone hanno avuto un ruolo importante. I referenti UNICORE, le professoresse Isolde Quadranti ed Emanuela Gamberoni, sono stati fondamentali nella fase di passaggio, assicurando che tutti i partner rispettassero i propri impegni e garantendomi così un supporto accademico e finanziario costante. Il coordinatore del mio corso, il professor Claudio Zoli, mi ha aiutato a rimanere focalizzato e a concludere gli studi nei tempi previsti. I partner locali, in particolare Caritas, hanno coperto l’assicurazione sanitaria e le spese mediche, permettendomi di affrontare il percorso con maggiore serenità. Infine, i tutor mi hanno supportato nella gestione delle pratiche amministrative e burocratiche, qualcosa che, in un nuovo sistema, può facilmente diventare travolgente. Il loro aiuto ha reso le sfide quotidiane molto più gestibili.
Sei stato coinvolto nel progetto europeo IN LOCO per le tue competenze. Che cosa pensi di aver portato al progetto? E cosa pensi invece il progetto ti abbia restituito?
Credo di aver contribuito con una prospettiva unica, legata alla mia esperienza diretta di rifugiato. Questo mi ha permesso di condurre le interviste con maggiore empatia e costruire relazioni di fiducia, migliorando la qualità dei dati raccolti. Inoltre, le mie competenze tecniche nella raccolta, analisi e diffusione dei dati hanno contribuito alla produzione di risultati solidi, ben strutturati e di valore. In cambio, il progetto ha ampliato la mia rete accademica e professionale a livello europeo, rafforzando la mia capacità di collaborare in team diversificati, scambiare idee e lavorare in modo interdisciplinare.. Ha anche migliorato le mie competenze comunicative e di presentazione, fondamentali sia nella ricerca sia nel dialogo con i decisori politici.
In che modo questo percorso ti ha cambiato? E cosa, invece, è rimasto intatto?
Questo percorso mi ha trasformato sotto molti aspetti. L’ascolto e l’analisi delle esperienze di altri newcomer mi hanno offerto una comprensione più ampia delle sfide che affrontano, andando oltre la mia esperienza personale. Ha rafforzato il mio sguardo sia come ricercatore sia come persona direttamente coinvolta. Ciò che è rimasto invariato è la mia preoccupazione per il divario tra ricerca e politiche pubbliche. Continuo a ritenere con convinzione che i decisori politici debbano fare maggiore affidamento su risultati fondati su dati concreti, piuttosto che su decisioni guidate da percezioni o da logiche di breve periodo.
Se qualcuno leggesse la tua storia solo come un “caso di integrazione riuscita”, cosa non coglierebbe?
Non coglierebbe lo sforzo collettivo che sta dietro a questo percorso. La mia storia non riguarda solo un successo individuale, ma riflette il supporto, il coordinamento e l’impegno di molte persone e istituzioni che lo hanno reso possibile. Senza questa rete di sostegno, il risultato sarebbe stato molto diverso. Riconoscere questo contributo condiviso è fondamentale per comprendere cosa significhi davvero integrazione.